Sono nuda sotto. come lui mi ha chiesto. Mi sono
sbarazzata della biancheria quando mi ha telefonato.
Ero in ufficio. Avevo riconosciuto il numero del suo
cellulare e quando ho risposto speravo avesse per me
quelle attenzioni a cui mi aveva abituata. Ma sono in
punizione. è stato freddo. mi ha detto quello che
doveva e ha riagganciato. lasciandomi sola. Ho
aspettato le dieci, l'orario stabilito e mi sono
alzata dalla mia scrivania. Ho preso la borsa e sono
andata in bagno. Lì ho sfilato i jeans e poi ho tolto
il perizoma. L'ho leccato al centro come mi è stato
detto di fare ogni volta che mi spoglio o mi cambio.
Sapeva di me. il mio sapore lo amo, mi piace. sa di
buono. ho reinfilato i jeans e poi ho tolto anche le
calze. Ho rimesso le scarpe da ginnastica. il
reggiseno non lo porto mai. amo che la gente mi stia a
guardare. mi piace che restino a guardare i capezzoli
che si ergono contro il tessuto della camicia. Sono
tornata alla mia scrivania. All'inizio non mi era
chiaro perché, sapendo che mi avrebbe fatto sfilare le
mutandine, mi avesse fatto indossare i jeans la
mattina. Poi lentamente ho capito. Ad ogni movimento
sento il sesso che sfiora contro il tessuto rude dei
calzoni. Come mi ha chiesto ho continuato a lavorare
senza scarpe. le punte dei piedi sul pavimento fresco.
mi abbasso per raggiungere una pratica poco più in là.
il clitoride sfrega di nuovo contro la stoffa dura.
chiudo gli occhi e mi mordo le labbra. vorrei stare
composta come so che devo...ma non posso non pensare
alle corde della stessa ruvidezza con le quale mi
martoriava le labbra gonfie del sesso neanche due
giorni fa. Legata con le gambe larghe e i polsi
stretti in una morsa fortissima. la pelle segnata, la
carne costretta da quei legacci di canapa. si
divertiva a tirare la corda che mi tagliava in due la
seconda bocca. tirava e il movimento che si
ripercuoteva tra le labbra bagnate strofinava e
aumentava il mio piacere. Ci sarebbe voluto pochissimo
per venire. ma ogni volta si interrompeva. con la cera
bollente raffreddava le mie voglie, riversandola sui
miei capezzoli...e poi lentamente iniziava daccapo.
chiudo il faldone che ho davanti. mi poggio contro lo
schienale e sollevo le gambe poggiando i piedi sulla
scrivania. Sono sporchi, come mi sento io adesso che
sto mancando di nuovo alla promessa data. Vorrei che
qualcuno si prendesse cura di me adesso. vorrei un
uomo che mi mordesse i seni mentre le mie mani senza
rendermene conto sostituiscono i suoi denti. Vorrei
una ragazza che mi nettasse le piante dei piedi...e li
sento strofinarsi tra loro. poi socchiudo gli occhi e
li vedo allontanarsi l'uno dall'altro e allargo le
gambe in una posa da puttana. come vorrei essere
adesso. Voglio un uomo che mi lecchi mentre lentamente
mi sbottono i jeans e mi sfioro. Voglio, desidero,
pretendo di essere riempita. di essere usata come un
oggetto come mi sento mentre con le dita entro in me.
sono bagnata ma non voglio venire. il mio respiro è
affannoso, le mani che mi toccano adesso sono due.
entro ed esco e intreccio le dita tra loro e mi sento
bagnata fin quasi a i polsi e sento il piacere liquido
che mi cola tra le cosce. il mio odore mi colpisce, mi
fa leccare le labbra dove vorrei poter sentire il suo
sapore e ricordo il suo piacere sul viso e lecco il
suo sperma, avida come mi vuole e come mi sono sempre
sentita...
Seduta sul bordo del letto mi aspetti. Sono due giorni che sei seduta nella stessa posizione. Le caviglie unite dalle catene della mia volontà, le braccia ditro la schiena a mezza altezza. La schiena dritta come sai che voglio. Indossi due tacchi a spillo da 15 cm. All’inizio è stato difficle per te imparare a portarli per giorni interi, poi hai iniziato a godere del dolore che essi ti procuravano. Per il resto sei nuda. Davanti a te c’è uno specchio. Ho voluto che tu imparassi a vederti bella attraverso i miei occhi. Sei bagnata, ma non di piacere. Come una bambina stamattina te la sei fatta addosso. Ma non hai osato alzarti. Non hai voluto disobbedirmi. Le spalle ti fanno male, così il collo, innaturalmente dritto, eppure il dolore ha aumentato la percezione del tuo corpo. Hai fissato i tuoi seni all’inizio. Come ti avevo chiesto di fare. Ore a guardarli e ad ammirarli. Con naturalezza hai visto i capezzoli inturgidirsi. Alzarsi quasi sfrontati. Hai ammirato le areole scure che sai ti leccherò quando finalmente entrerò da quella porta, alle tue spalle. Hai le gambe leggermente dischiuse. Il tuo sesso è liscio come quello di una bambola. È stato il primo gesto di sottomissione che ti ho chiesto. Il secondo lo senti, freddo tra le gambe, pendere dal labbro. Un piccolo anellino con le iniziali del mio nome. Sai di non aver meritato ancora il collare che hai scelto, ma solo un piccolo segno di riconoscimento. Che però ha lo stesso l’effetto di farti sentire una cagna, quando riesci a percepirne l’estraneità contro il tuo corpo. Ti sei truccata per bene. Come ti ho chiesto. Le punte dei seni e le grandi labbra del sesso sono scure di rossetto. In faccia non hai messo nulla. Perché io ti trovo bella così, brillante del sudore che lentamente ti accarezza il viso, come farà la mia bocca tra breve. Sospiri, e ti stupisci dell’effetto che ha il tuo respiro nel silenzio assordante che ti circonda. Non hai il permesso di parlare, come non hai il permesso di muoverti. Osservi la tua bocca. Hai belle labbra, adesso te ne accorgi. Sono leggermente secche per la mancanza di acqua, ma morbide. Schiudi la bocca e ti vedi come un fiore. Il candore dei tuoi denti si intravede appena nell’oscurità della stanza. Ogni millimetro del tuo corpo è diventato uno strumento di autocelebrazione. Stai imparando a conoscerti come non hai mai fatto prima. Ti piace. Ti piaccione le tue gambe, ti piace il tuo ventre, ti eccitano i tuoi seni. Senti l’impulso di toccarti per simulare le mani di qualcun altro. Hai voglia di essere presa e scopata con forza perché riesci a sentire l’odore del piacere che scorre dal tuo sesso e questo ti attrae. Vorresti leccarti ed essere leccata e montata con forza e brutalità. Vorresti che ogni parte del tuo corpo fosse stretta e graffiata e morsicata perché senti per la prima volta di essere pronta a vibrare nella totalità dei tuoi arti e delle tue membra. Non ti è stato permesso di toccarti nell’ultimo mese. Sei stata schiava di una promessa e questo ti causa un misto di rabbia ed eccitazione permanente che non sai come far passare. Né se lo vuoi. La prima volta che ti carezzai il collo e ti parlai all’orecchio fui chiaro: se entri nel mio mondo devi sottostare alle mie regole. Godrai ma questo avverrà al termine un percorso che sarò io a decidere. Passerà attraverso la sofferenza dell’astinenza, e poi diverrà il dolore dell’eccesso. Mi apparterrai. Ma per farlo dovrai prima avere consapevolezza del tuo corpo e della tua mente per poi cedermeli con la consapevolezza che non ti apparterrano più. Diverrai risposta a domande e richieste che non avrò bisogno di fare. Vivrai per quegli attimi in cui deciderò di darti amore. In compenso io mi prenderò cura dite. Deciderò chi sei e chi sarai ogni giorno. Deciderò il tuo umore. Ti farò piangere quando avrò bisogno di bere le tue lacrime per cancellare la mia arsura. Ti farò ridere in tutti i modi possibili quando vorrò sentire le tue risa e saperti felice. Ti farò urlare e desiderare la morte, quando avrò voglia di vederti soffrire.
Ti accarezzai un seno e tu tremasti leggermente.
Diverrai un corpo che esiste per soddisfarmi. Sarai una bambina se lo vorrò, bisognosa di essere coccolata e istruita. Lavata anche. Baciata…come una piccola lolita. Impersonerai una bambola, nuda anche della pelle, spogliata di ogni vestigia di umanità. Imparerai l’arte dell’immobilità, la paura della disobbedienza e infine l’orgoglio della consapevolezza del tuo ruolo. Obbedisti allora alla mia prima richiesta. Sfilasti le scarpe e scendesti dalla macchina. Attraversasti la strada per tornare a casa a piedi nudi, nella pioggia di ottobre. Ti voltasti sulla porta di casa e mi sorridesti. E’ passato tanto tempo da allora. E sai che il percorso da compiere è ancora lungo…
Un rumore ti riporta alla realtà. Sai che devi abbassare lo sguardo e lo fai meccanicamente e velocemente, quasi spaventata. Mi senti alle tue spalle. Ma tu guardi solo la punta dell scarpe. La mia mano ti accarezza la spalla destra. È fredda contro la tua pelle umida di stanchezza. Senza volerlo un brivido ti attraversa la schiena facendotela inarcare leggermente. Percepisci i tuoi seni ancora più esposti. Senti le ginocchia toccarsi per un attimo e allontanarsi di nuovo. Ti senti così piccola e indifesa. Avvicini la testa verso la mia mano, vuoi che ti sfiori il viso. Hai bisogno di un gesto di amore. Della tua ricompensa. Ti accarezzo la guancia e scorro le dita sulle tue labbra. Le dischiudi senza accorgertene e le baci. Niente morbosità in questo, solo l’esigenza di sentire il sapore della mia pelle. Di percepre odori e sensazioni estranee alla tua essenza. Ti avvolgo le spalle con le mani. Le mie dita scivolano su di esse e scendono fino ai fianchi. Sospiri perché non puoi farne a meno. Lotti contro la stanchezza del tuo corpo per rimanere tesa, mentre sale dentro di te la voglia di lasciarti andare e rilassarti. Ti massaggio delicatamente la schiena. Adesso il dolore dell’immobilità. Ascolti i muscoli del tuo corpo urlare e un lamento sottile ti esce dalle labbra. Ti vengo davanti e mi inginocchio. Ti afferro le ginocchia e ti separo le gambe. Quasi vorresti opporre resistenza. Io in ginocchio davanti a te, davanti alla tua vergogna esposta, davanti al tuo sesso bagnato della tua urina e del tuo morbido piacere. Sposti la testa di lato e chiudi gli occhi. Provi vergogna adesso. E inizi a piangere senza saperne il perché. Liberazione, dolore, la frustrazione di saperti un oggetto davanti a un uomo, il sentirti una bambina che ha commesso un peccato. Ti tiro verso di me. Il contatto delle mie labbra sul tuo sesso ti crea quasi disgusto all’inizio. Poi solo sospiri. Senti baciarti. Un bacio intenso come quello che anela adesso la tua bocca. La apri, quasi la spalanchi. È come se avvertissi la mia lingua a contatto con la tua. Ti inumidisci le labbra e provi la sensazione della morbidezza. La stessa che sto provando io in questo momento. Entro dentro di te con la lingua e poi inizio a passarla lentamente dal basso verso l’alto. Ti sto pulendo come un cane, dal basso verso l’alto, sempre lentamente. Troppo lentamente. Bevo i tuoi umori e la tua vergogna, assaporo la tua intimità. Poi mi soffermo sul clitoride già teso. E inizio a circondarlo con la punta della lingua come in un vortice leggero. Giro intorno e poi in una lenta spirale lo tocco sulla sommità. Ti ritrai, ma ti riavvicino, con forza questa volta. Senti le mie dita stringerti le cosce dall’interno, affondare nella carne e mi senti succhiare. Con forza. Senza delicatezzza. Senti quasi strapparlo via e cedi. Poggiando la schiena sul letto soffice e freddo. Continuo a succhiarti il clitoride mentre con le dita inizio una carezza che ti sfiora appena le labbra del sesso. Dal basso verso l’alto, dall’alto verso il basso. Entro morbidamente che quasi non te ne accorgi mentre la mia lingua sapientemente ha iniziato a titillarti il clitoride più velocemente compiendo movimenti a croce. Ogni volta che la senti allontanarsi dischiudi le grandi labbra e io ti penetro a fondo con le dita. Ogni volta che lo tocco sulla punta contrai i muscoli avviluppandomi i piccoli strumenti di carne che ti stanno dando piacere. Inizi ad ansimare più forte. Inizio ad allargare le dita a ventaglio ogni volta che ascolto i tuoi muscoli tremare, opponendo una resistenza che ti causa dolore e della quale non puoi fare a meno. Esco con le dita, ti abbandono e poi rientro col mio pene. Non te lo aspetti, ma lo accogli senza gemiti, premendo le labbra tra loro, allargando le narici . Le tue mani ancora dietro la schiena si stringono a pugno e inarchi la schiena aliutandoti con esse per meglio offrirti. Inizio a penetrarti con forza. Fino in fondo. Ti accosto le dita bagnate di te alle labbra. Le avviluppi con la bocca e inizi a succhiarle. Il sapore è aspro e buono. Sa di te e lo conosci. Poi con le mani ti afferro i seni e li avvicino tra loro. Aumento l’intensità della penetrazione mentre inizio a stringerti i capezzoli insieme. Entro in maniera violenta ed esco lentamente mentre con le labbra ti faccio aprire la bocca penetrandoti anche lì con violenza. Senti la mia lingua che scivola dentro di te, e va in fondo, mentre il mio bacino si alza e abbassa con ferocia su di te. Ti lascio i seni e ti avvolgo il volto con le mani. Con i pollici ti tengo chiuse le narici. Non respiri e inizi a rubare l’aria dalla mia bocca mentre la cadenza dei miei colpi si fa veloce. Ti lascio la bocca, respiri a pieni polmoni e senti le mie mani stringerti i fianchi con forza. Ti afferro le cosce e le alzo. Le ginocchia quasi accanto alla tua testa. Adesso senti che entro fino in fondo. Per tutta la mia lunghezza. Un gridolino ti esce dalla bocca e io mi fermo. Mi guardi, gli occhi leggermente lucidi. Ti sorrido, ma il mio sguardo è duro. Capisci che mi fermerò ogni volta che emetterai un verso. Inizio di nuovo a penetrarti. Sempre più forte. Alternando lentezza e velocità, penetrazioni profonde a tocchi più leggeri. Ti è difficile trattenerti quando sono più brusco. Mi fermo altre tre volte poi ti metto una mano sulla bocca. E continuo. Con i denti ti mordo il seno destro e mordo a fondo fino alasciari i segni. Respiri solo dal naso, le mani dietro i reni ti fanno male. Ti liberi di una scarpa e il tuo piede inizia a scivolarmi lungo un fianco, inizi a contrarre i muscoli della vagina. Vuoi farmi venire dentro di te. Vuoi sentirti riempire di calore. Ti mordo sul collo nel momento in cui mi vieni addosso. Rallento e ti libero la bocca. Inizi a piangere sommessamente. Senti di esserti liberata ma sai che non sei riuscita ad appagarmi. Ti siedo accanto e inizio ad accarezzarti i capelli sudati. Poi mi sdraio e ripercorro con le dita i segni che ti ho lasciato sul corpo.. Con la bocca mi avicino al tuo seno destro e lo lecco, piccoli colpi con la punta della lingua, quasi a volerlo pulire dal rossetto.. con la mia mano ti sfioro l’ombelico e lentamente scendo fino al sesso ancora gonfio. Lo accarezzo lentamente, come la carezza data a una bambina. Mi guardi riempirti di attenzione e vorresti ancora il mio respiro addosso. Ti liberi delle tue catene immaginarie e con una mano mi carezzi una gamba. Toccare il tuo corpo mi eccita. Sapere che mi appartieni mi fa sentire vivo. Ti alzi a sedere, sorridendo e scendi dal letto. Ti inginocchi a terra. Senti l’unico tacco che indossi sfiorarti il gluteo destro. Ti avvicini con la bocca al mio pene e inizi a nettarlo da te. Lo lecchi e poi lo avvolgi completamente. Con i denti lo scopri e lo rendi nudo mentre con la lingua inizia a circondarlo. Ti soffermi sulla parte più spessa, sopra il frenulo, lo accarezzi e lo tocchi coi denti. Lo ingoi completamente. Quasi ti fa male alla gola ma non hai tempo di sentire il fastidio. Vuoi darmi piacere e continui soffocando il rumore della tua bocca con quello del tuo respiro. Percepisci quando sto per venire e ti ritrai un pò con la testa. Ti vengo contro il palato e sulla lingua. Sorridente ti alzi da me e ti avvicini almio viso, poi mi baci mentre il sapore dei nostri due sessi si confonde nelle nostre bocche
A piedi nudi sulla sabbia bollente. Come mi hai chiesto. Il calore inizialmente piacevole adesso è dolore che quasi mi fa urlare. Ci vuole un grande sforzo di volontà a rimanere fermi. Immobili. Mentre col mio corpo ti faccio ombra affinchè tu possa riposare. Sono tuo schiavo. E servirti è tutto ciò che chiedo e desidero.
Andrea è lì che la osserva mentre il sole di agosto gli brucia la pelle. In piedi senza muoversi, in un’attesa senza appagamento che ogni giorno dura per delle ore. Se sarà fortunato e non sbaglierà nulla forse questa sera Francesca gli permetterà di dissetarsi. Magari dalla sua bocca. Se sarà bravo. Ma Francesca ha migliaia di desideri inespressi che lui non saprà accontentare e soddisfare nel modo giusto. E in fondo la sua sofferenza è quello che più la soddisfa e le da piacere quando la notte a casa gli concede di portarla all’orgasmo con la lingua.
Francesca è viziata, odiosa a volte nelle sue pretese ed altera nella sua maliziosa e conturbante sensualità. È padrona per natura, e non di natura. È il suo aspetto a renderla la più perfetta delle creature e a farne una dominatrice. Scrupolosa nell’infliggere dolore così come nel negare il piacere. Quando si impossessò di Andrea, facendolo innamorare di sé, non ebbe bisogno di porgli alcuna condizione. Come altri prima di lui, Andrea le si era spontaneamente inginocchiato davanti e le aveva promesso obbedienza. E Francesca lo aveva accontentato.
Adesso sono al mare. Non perché lei avesse voglia di andare in spiaggia ma perché di notte le era venuta quella voglia improvvisa, quel desiderio di umiliarlo e regalargli sofferenza ancora una volta. Voleva che ogni passo per lui fosse dolore, che la sua pelle fosse piagata, semplicemente perché imparasse a capire come ogni sua sensazione o sofferenza fosse secondaria, se non superflua, alle eseigenze di lei. Andrea l’amava come facevano gli adolescenti e questo le dava un grande potere. Lei gli parlava sempre col sorriso e lui non si faceva mai ripetere un ordine. Eseguiva ogni richiesta velocemente sforzandosi di essere bravo…peccato che lei si divertisse tanto a fargli crollare quei castelli di sabbia che faticosamente lui si costruiva nella testa. E così da quasi due mesi, ogni sera Andrea sembrava essersi meritato un appagamento che il suo fisico ormai implorava disperatamente e che poi immancabilmente lei gli negava a causa di una qualche mancanza che lei trovava sempre. Ogni volta lei lo chiamava a sé e lo toccava. Di solito gli accarezzava il membro con le dita, leggera leggera, guardandolo negli occhi e facendogli respirare il suo fiato caldo. Poi smetteva e guardandolo gli ricordava di una sua futile mancanza o di un particolare nel quale lui non si era dimostrato all’altezza. Lo faceva con occhi tristi di chi ha provato un dolore e poi sempre chiedeva: “hai meritato il tuo piacere?”. Andrea abbassava la testa e rispondeva di no…si inginocchiava ai suoi piedi e chiedeva perdono, mentre lacrime di frustrazione gli riempivano gli occhi e come un bambino esplodevano in un pianto fatto di singhiozzi e scuse. Lei allora gli accarezzava la testa, soddisfatta e poi lo puniva. Aveva molta immaginazione. La punizione doveva essere sempre commisurata alla colpa e il livello era sempre alto. Una volta dopo avergli chiesto di pulire era rientrata a casa e aveva iniziato ad esaminare il suo operato. Il lavoro sembrava quasi perfetto, ma Francesca saeva essere cattiva. Così dopo aver passato il dito persino sotto le sedie e alcuni mobili lo aveva fatto mettere a 4 zampe. Aveva indossato i tacchi a spillo più alti e acuminati che aveva e era saluta in piedi su di lui. Su una credenza, in alto aveva trovato della polvere. In quel caso la punizione era stata dover restare immobile sotto le punte acuminate che gli penetravano nella carne della schiena, e che lei continuava rigirare, per tutto il tempo in cui lei avesse ripulito la superficie incriminata. Naturalmente la pulizia richiese quasi un’ora e si concluse solo quando Andrea stramazzò al suolo. Ma la cosa più bella era avvenuta in treno mentre andavao al mare. Nel loro scompartimento lei davanti a tutti gi aveva ordinato di toglierle le scarpe e di massaggiarle i piedi. Lui era arrossito ma aveva obbedito. Lentamente per paura di sbagliare le aveva sfilato le scarpe da tennis, e i calzini di spugna che lei indossava. E aveva iniziato a massaggiarglieli. Con nonchalance Francesca aveva finto di addormentarsi, distendendo di più le gambe verso di lui che gli era seduto di fronte. Poggiandogli la pianta del piede libero dalle sue mani sul membro perennemente duro di lui e aveva iniziato a carezzarglielo. Lo aveva sentito crescere sotto il suo tocco delicato, mentre incessantemente con le mani lui le dava piacere rilassandola. Le dita del piede si muovevano quasi ritmicamente seguendo una musica dettata dai battiti del cuore di lui. Cinque dita che si alzavano e si poggiavano l’una dopo l’altra sul suo sesso pieno. Lui aveva iniziato ad ansimare poi aveva preso un’iniziativa, forse per la prima volta da quando lei lo conosceva. Aveva lasciato il piede che stava stringendo e aveva preso saldamnte l’altro, strappadolo così al suo divertimento. Francesca sorrise mentre nuovamente con l’altro piedi iniziava daccapo a stimolarlo. Lo sentiva vibrare sotto di sé e percepì nettamente l’umido dell’erezione che anticipa il godimento. In quel momento si era fermata e aprendo gli occhi gli aveva sorriso. “mi andresti a prendere qualcosa nel vagone ristorante”. Lui era stordito lo si leggeva chiaramente dallo sguardo stralunato e forse soffriva. Ma si era azato, poggiando piano con delicatezza i piedi di lei sul suo sedile ed era corso a soddisfarle quell’ennesimo capriccio.
Adesso erano sotto il sole. La sua pelle scura di natura aveva assunto un colore olivastro che la rendeva ancora più seducente. Andrea invece era semplicemente molto rosso. Quella sera, pensò, per ogni mancanza sarebbe stato punito con delle cinghiate sulle zone bruciate. Rise per un attimo dentro di sé e chiese crudele: Hai sete?
La risposta fu un sì impercettibile. Vieni con me allora. Francesca si alzò, indossò le scarpe da ginnastica e si avvicinò alla battigia. Poi con la testa inidcò il mare. Lì c’è l’acqua, che aspetti. Andrea la guardò spaventato ma lei sempre sorridente aggiunse: Fallo per me. E lui inginocchiandosi mise una mano nell’acqua e se la portò alla bocca. Alla prima sorsata ne seguì un’altra e un’altra ancora fino a quando lei non disse che poteva bastare e sarebbe tornata a casa, avviandosi mentre lui aveva iniziato a rigettare violentemente.
A casa le cose non erano andate meglio quella notte lei lo aveva fatto sedere sul letto e sensualmente si era inginocchiata tra le sue gambe, poi glielo aveva preso tra le labbra e con la lingua aveva inizato ad accarezzarglierlo. Immediatamente il pene di Andrea si era fatto duro e il dolore era esploso nei suoi genitali. Francesca si interruppe di nuovo e gli chiese come sempre se lui se lo era meritato. Prima che lui potesse risponderle però lei gli aveva ricordato deella sua ioniziativa in treno e del fatto che sarebbe venuto senza permesso se non l’avesse interrotta. Andrea ancora una volta disse di no alla sua padrona. Lei felice lo baciò in bocca e si distese sul letto. E si fece i massaggiare i seni. Più di un’ora lui sentì l’odore della pelle di lei, per più di un’ora toccò la sua pelle e la carne che tanto desiderava. Poi Andrea si fermò e si inginocchiò a terra piangendo. Francesca lo aveva capito che era arrivato al punto di rottura. Fu allora che glielo propose. “Voglio liberarti Andrea, delle tue voglie” Aprì un cassetto e ne estrasse una cintura di castità di quelle che vendono ai sexy shop o su internet. Del modello per uomini con una specie di involucro duro di plastica sul davanti che avrebbe costretto il pene a non ergersi mai. “La mia non è una richiesta, ma lo faccio per te. Vuoi indossarla per me? Forse all’inizio sarà più doloroso e non credere che io non cercherò in ogni modo di eccitarti per farti soffrire di più, ma a lungo andare ti farà passare il desiderio. La vuoi Andrea?”. Luila guardò e rispose: “No per chè se io ti ubbedisco è perché ti desidero. E perché desidero amarti. Fosse anche per una volta sola. Fosse anche tra 10 anni. Io vivo per quel momento e fino ad allora sarò tuo.”