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lunedì, 26 giugno 2006

Frasi d'amore

Poggia la testa sul cuscino...così. aspetta. non ti ho detto di baciarmi. resta immobile per favore voglio guardarti. sei bellissima. hai un corpo bellissimo e un viso bellissimo e il tuo sorriso è delizioso. adesso lascia che ti baci. chiudi gli occhi per favore. grazie. no, no, non devi rispondere al bacio. socchiudi le labbra e lascia che sia io a entrare nella tua bocca. sei morbida. come mai ti trema il mento se ti passo la lingua sulle labbra? la mia è una carezza. senti com'è delicata. mi piace baciarti così. metti le braccia dietro. come fossi legata. brava. immobile. devi stare sempre immobile quando sono con te. permettimi di scoprire il tuo corpo. al tuo seno piace. senti com'è sensibile? adesso lo morderò...tu rimani con gli occhi chiusi e non emettere neanche un respiro. non voglio punirti. visto? è già finito. lo so, ti ha fatto un pò male ma senti com'è più sensibile adesso? voglio che tu ti fidi di me. apri gli occhi. guardami. voglio che tu mi prometta che ti affiderai a me. che non avrai mai paura di quello che ti farò. che anche nel dolore sarai pronta a lasciarti trasportare dalle mie parole e dai miei gesti. che farai tutto ciò che ti chiederò. senza mai chiedermi il perchè. se lo farai ti prometto di starti accanto. di non abbandonarti mai al silenzio se non per il piacere di farlo. ti curerò quando ne avrai bisogno. berrò le tue lacrime se me lo chiederai. ti laverò, ti asciugherò, pettinerò i tuoi capelli. cucinerò per te e ti imboccherò. ti guarderò ridere. ogni tuo sorriso sarà mio. così come ogni attimo della tua sofferenza. io vivrò di te e delle tue emozioni. tu vivrai delle sensazioni che saprò darti. aspetta che mi avvicini alla tua bocca. rispondimi. grazie. lascia che ti baci adesso. no, non sulle labbra. hai un buon sapore. leccami le dita. brava. ti piace il tuo sapore? si? lo berrai ogni volta che lo berrò io. il tuo piacere sarà di tutti e due. lascia che ti disseti con la mia bocca adesso. ti amo
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Il nettare che mi doni

-Muoviti adesso e non fiatare
la esue parole mi schiaffeggiano, il vento mi scompiglia i capelli mentre l'asfalto caldo della strada mi brucia i piedi nudi. ho paura che qualcuno mi possa vedere, così nuda con le mani legate dietro la schiena, col sesso allargato dalle catenelle.
-ti prego- sussurro, e la mia voce arriva da lontano. ho paura e so che verrò punita per la mia impudenza. una scudisciata mi colpisce i seni con violenza, sento il calore del sangue che mi colora la pelle e scivola lungo il mio ventre. arriviamo in un parco. semideserto. lungo il tragitto un paio di ragazzi ci hanno visti e hanno continuato a seguirmi alternando commenti feroci a risate sguaiate e volgari.
Lui mi fa cenno di sedermi su una panchina. il freddo mi entra dentro e spinge le punte dei miei seni a ergersi come non avevo mai visto. mi accorgo di tremare leggermente. le gambe sembrano non volersi fermare. Lui mi guarda in quel modo penetrante che mi fa abbassare subito gli occhi e mi rende debole. poggio un piede sulla panchina, l'altro sulla ghiaia. si avvicina. apre la serratura che mi blocca i polsi. lentamente, come mi ha insegnato, faccio scendere la mano sul mio basso ventre. inizio a carezzare il sesso nudo e liscio. come lui mi ha ordinato. mi soffermo sul clitoride. un tocco leggero e lo sento indurirsi. adesso non devo attardarmi. non vuole che arrivi al piacere vuole solo che mi bagni quanto basta per penetrarmi. Chiedo timidamente il permesso di succhiarmi le dita. Lui non risponde, un altra staffilatasul seno. trattengo appena le lacrime. entro dentro di me con tre dita. e sento dolore. ma le mie espressioni e i miei gesti servono solo a renderlo felice. e mi dipingo sul volto l'immagine di una puttana. fingo di godere e inizio ad ansimare...mentre attorno a noi si raduna una folla di avvoltoi che implorano di assaggiare le mie carni. dura tutto pochi istanti. E' contento della mia umiliazione. mi fa alzare e poi piegare a terra, con il busto e i seni schiacciati sul freddo della panchina. adesso sono merce di scambio. li sento contrattare un prezzo bassissimo. si accontenta di un euro a apersona. e iniziano. uno dopo l'altro. non mi vengono mai dentro. lui non vuole. lui vuole che sia la mia bocca a dargli soddisfazione. il mio culo serve solo per velocizzare le cose. ogni volta la mia bocca si fa ricettacolo della brama e la stanchezza di chi ho davanti. non li guardo nemmeno. con le dita come stessero accarezzando le corde di un'arpa, li scopro e le mie labbra li accolgono. la mia lingua li accarezza e li avvolge. ruotando su di essi e rendendoli più duri. poi la mia bocca fa il resto. li strofino sul palato e contro le pareti della gola. fino in fondo come mi è stato detto di fare. quando li sento vibrare li allontano quel tanto che basta perchè il piacere mi arrivi sulla lingua.e poi lo guardo, ogni volta, e bevo. facendo finta di dissetarmi col nettare che ha deciso di donarmi.
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Mia finalmente

Lei si inginocchia davanti a me e alza la testa per guardarmi. per leggere nel mio viso la felicità di essere stato accontentato. Ma non lo sono. non riesce a darmi ciò che voglio. e questo per lei significa altro dolore e sangue che ne righerà la schiena e i seni. sangue che forse berrò per riuscire ad avvicinarmi alla sua anima. prendo la frusta lunga, quella che teme di più, e inizio a passargliela sul viso per fargliela leccare. Lei lo fa con la giusta devozione. poi la ritraggo e inizio a schiaffeggiarla col dorso della mano. forte. perchè voglio vederla cadere in lacrime. dopo qualche minuto è a terra, semi svenuta, che continua a fissarmi. mi avvicino per girarle anttorno, ma lei mi afferra la gamba e inizia a baciarmi il piede. Le accarezzo la nuca e quasi provo tenerezza. poi la scavalco e inizio a frustarla con tutta la forza che possiedo. Inizia a strillare e sembra quasi un animale. senza grazia. odio quando fa così. le lego i polsi e i gomiti dietro la schiena, poi prendo il ferro che ho lasciato tra le fiamme del camino. è rovente, rosso, caldo. le dico di guradare il ferro che la sta per rendere mia per sempre. Lei inizia a tremare. e a implorare. Dov'è la grazia che amavo in lei? le accosto il ferro al volto, la guardo singhiozzare senza forza, disperata, mentre il sudore le imperla la fronte. accosto il ferro ai suoi occhi ancora aperti, prima che riesca a chiuderli. sviene. e forse è meglio così. l'ho privata della sua vista. adesso guarderà solo attraverso i miei occhi. adesso la smetterà di scrutarmi e giudicarmi e pretendere. adesso mi apparterrà per sempre.
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giovedì, 22 giugno 2006

Il cielo è di un azzurro intenso

Sola, davanti allo specchio. Posso guardarmi. È la prima volta dopo settimane. Oggi l’uomo che amo ha deciso di togliere la benda che mi rendeva suo oggetto. L’ho sentito entrare, come ogni mattina, nella mia prigione fatta di cuscini e catene e incensi all’oppio. Ho sentito le sue mani forti toccarmi le braccia, scendere fino ai polsi e slegarli. È stato strano. Per un attimo essere libera mi ha procurato dolore. Ha ragione quando dice che senza di lui non riuscirei neanche a respirare. Non mi è permesso di vestire il mio corpo da mesi, eppure solo oggi mi sono sentita nuda. Ma io sono solo un corpo creato per donargli piacere. La mia bocca è sua. Il mio sesso è suo. Ogni parte di me gli appartiene. Eppure spesso, quando sono da sola, penso che sia lui a servire me. Ogni mattina mi porta da mangiare, ogni notte alle 11 mi prende tra le braccia, mi solleva, amorevole come un padre, e mi porta in bagno. Mi guarda, nel momento più intimo, come si fa con una bambina, mi pulisce, e mi lava, mi pettina i capelli, mi spalma creme profumate su tutto il corpo, e mi riscalda tra le gambe fino a farmi tremare. Poi si ferma. Semplicemente perché gli appartengo. e non mi è concesso provare piacere. Non è questo il mio ruolo e devo imparare a liberarmi dai miei istinti. Quando mi riaccompagna nella mia stanza, mi saluta con un bacio sul piede e poi mi lascia sola. Se gli capitasse qualcosa morirei di fame. Ma se gli capitasse qualcosa non vorrei più vivere. Dipendo totalmente da lui. Sono sola davanti allo specchio adesso. Mi ha spiegato che è il mio compleanno e che questo giorno sarà solo mio. Mi guardo e non mi riconosco. Ho i seni più tondi, forse perché sono più magra e risaltano di più. I capezzoli sono accesi di rossetto. Non mi sono accorta di essere stata truccata. Ho i fianchi stretti, belle spalle, gambe dritte e muscolose. Sorrido alla ragazza che ho davanti trovandola bellissima. Ha dei bei denti bianchi. Gli zigomi pronunciati, la fronte larga e candida, i capelli color cenere, e occhi scuri, intensi dal taglio quasi orientale. Allargo leggermente le cosce e mi guardo il sesso liscio. Sembra quello di una bambina piccola. Sento una malinconia strana che mi fa venire voglia di piangere. Non so stare da sola a guardarmi…vorrei che ilmio amore mi stringesse tra le sue braccia e allontanasse la mia tristezza. Avvicino la mano all’ombelico e poi più giù. È così tanto che non lo faccio. Immagino che la mia mano sia la sua. Vorrei chiudere gli occhi per rendere più reale la mia finzione. Ma lui mi ha chiesto di non farlo. Ha delle dita sottili lui. Quasi come le mie. Ma le mani più grandi. Inizio a sfiorarmi lentamente. Cercando di stare attenta alle risposte inconsapevoli del mio corpo. Sento le mie/sue dita che percorrono il mio sesso dal basso vero l’alto. Sorrido nell’istante in cui mi accorgo che sono bagnate. Il mio respiro è più lento. Mi sdraio sui cuscini che sono a terra. Piego le ginocchia e mi guardo le labbra rosse aperte. E mi guardo sfiorarle. E mi guardo entrarci dentro. Per un istante sospiro. Poi vedo le mie mani intrecciarsi in un lento movimento di cui non mi sono mai accorta. Dita candide sfiorano la mia bocca più voluttuosa. Calde del mio miele salgono fino a sfiorarmi il centro delle mie emozioni più forti. Con una mano, avida cerco e stringo un seno. Fino a farmi male. Aumenta la percezione del mio corpo. Sono solo un corpo che ha bisogno di essere soddisfatto. Sono solo un corpo che chiede di essere soddisfatto. Inizio a entrare dentro di me con forza, mentre le mie cosce iniziano a tremare. Il mio peso è sui talloni, sulle dita dei piedi, di nuovo sui talloni. Il mio petto si alza e si abbassa e i miei seni vengono stretti spasmodicamente. Prima uno poi l’altro. Velocemente. Dov’è la bambina adorata dal mio amore? Lo vedo con la sua bocca che mi lecca, e che mi penetra con la lingua. Mi fa urlare questa sua esplorazione. Sento che beve da me. Che beve tutta la mia voglia di cazzo. Entrami dentro, entrami dentro… E vengo attorno alle mie dita. voglio assaggiarle. Mi ritrovo a succhiarle come vuole che faccia con lui. È buono il mio sapore. Mi è sempre piaciuto. Mi distendo su un fianco. E ansimo. Sorrido e ansimo. Sono sudata. Poi sento la porta che si apre dietro la mia schiena. Passi che conosco mi sfiorano l’anima. una mano che conosco mi sfiora i capelli. Vengo bendata di nuovo. Grazie amore mio.
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Come una ballerina

E’ buio davvero adesso. Lo percepisco dal silenzio della strada. E dalla luce dei neon che si insinua dalla persiana. Sento il chiavistello che viene aperto. Il rumore dei suoi passi. Le sue mani mi slegano finalmente. "Come una ballerina"- aveva detto. E così sono rimasta per due giorni. Legata al soffitto. Tutto il peso del mio corpo sulle punte dei piedi. Vorrei guardalo. Per sapere se è fiero di me e del mio sacrificio per lui. Ma con una mano mi fa chiudere gli occhi. Mi prende tra le braccia come quando sa di avermi fatto male. Sento che usciamo dalla mia prigione. Entriamo nella sua stanza. Mi sdraia sul letto. E si allontana. Sono immobile. Tendo le braccia ormai libere verso i bordi del letto. Sono al centro. Immobile, perché non so se ho il permesso di muovermi. Me ne aveva parlato una volta. Di questa sua fantasia. “Ti vedo come una bambola di cristallo” - aveva detto. E le bambole non si muovono. Mai. Ho paura. Per la prima volta da quando tutto questo è iniziato. Perché il mio corpo è stanco, i miei muscoli sono tesi al massimo. Ho paura che inizino a tremare. Ho paura di sanguinare senza permesso. Ho paura di respirare. Un rumore. Sulla destra. Sento che armeggia con qualcosa. Poi mi sfiora la coscia. La mia pelle si increspa. Ma non se ne accorge. È il frustino lungo. Quello che lascia i segni e apre la carne. Quello con cui mi frusta sul sesso quando gli manco di rispetto. E commetto degli errori. E’ difficile stare immobili. Mi tocca una coscia. Scende lentamente. Mi sfila le scarpette. Spero di averlo accontentato in questo. Spero che stia guardando il mio sangue e le dita viola e che capisca il mio sacrificio. Il contatto della sua bocca calda sul dorso del piede sinistro. Per la prima volta dopo ore sento che mi sto rilassando. Ma devo restare tesa. I crampi verranno di nuovo lo so. Ma glielo devo. Perché mi ha creata per questo. La mia sofferenza è il suo piacere. Avvicina un bicchiere alle mie labbra. E sussurra al mio orecchio una domanda alla quale non so che rispondere. “hai sete?”. Le vede le mie labbra secche e sporche di sperma. Lo sa che non posso bere da quasi tre giorni perché mi ha proibito qualsiasi liquido all’infuori di quello che posso procurarmi succhiando e leccando come una puttana. “si” provo a rispondere. Ma la gola è troppo secca. E quasi mi fa male. So che sta sorridendo. “le bambole non parlano, lo sai”. Sono nel panico adesso. Il corpo inizia a tremare e irrigidirsi preparandosi per il primo colpo. Ci ha giocato a lungo per addestrarlo a reagire così, ricettivo a ogni sua parola. L’ho deluso. Il colpo arriva. Secco, tremendo. Sul seno destro. La sensazione del sangue. Come sale su un taglio. Urlo. Perché non posso non farlo. E mi muovo. E mi agito. So che è arrabbiato adesso. Mi prende per i capelli e inizia a legarmi. Una corda doppia che stringe e mi toglie il fiato. La stringe attorno ai seni fino a scoppiarli, me la avvolge in verticale attorno al collo, verso il basso attraverso il sesso aperto, e tira avvolgendo anche i polsi e di nuovo il collo. Ancora giù sulle caviglie, attorno alle ginocchia, le dita dei piedi, e poi su attorno alle spalle. E stringe, stringe. E io urlo. Ma mi tappa la bocca. Il sapore che assaggio è intenso e lo riconosco subito. E vorrei vomitare. È quello della sua urina. Ha bagnato un panno nel piscio che era nel bicchiere e me lo ha cacciato in gola. Mi benda gli occhi. E mi adorna il capo con una corona di spine intrecciate. So che adesso sono bellissima, una struggente e intensa versione porno di nostro signore Gesù Cristo. Sona la regina di tutte le puttane adesso. Sono la dea della vergogna, la santa del cazzo. Inizia a montarmi dentro l’eccitazione di quest’immagine che non vedrò mai. Voglio più sangue addosso. Voglio urlare e sentirmi farlo. Lui se ne accorge. Stringe di più le corde. Le labbra gonfie e rosse del sesso si allargano accoglienti, il clitoride viene sfregato, un contatto ruvido che mi fa immaginare una sirena col mio viso stretta tra le maglie di una rete di pescatori. Pronta per essere usata e venduta. Toccata da mani callose, costretta a scopare per compiacere e rimanere in vita. Non devo parlare per chiedere di essere colpita ancora e ancora. Le staffilate arrivano e ognuna di esse è un contrarsi di muscoli immobilizzati e nervi che si tendono. Corde che stringono. Mi sembra di lacerarmi da sola. Ha sempre avuto ragione. Se resto immobile non provo dolore. È questo che vuole farmi capire con le sue frustate morbide di gentilezza, con i suoi baci taglienti di rasoi, con le sue mani cerebrali. Mi ritrovo a piangere. Sono felice. E lui lo sa. Non mi muoverò più, amor mio. Perché so che ogni mia mancanza ti reca dolore. Non mi muoverò più mio signore. Ma il mio corpo è orami divenuto anch’esso corda. E adesso ha capito che il piacere è vicino. Continua a muoversi da solo. La mia bocca più vogliosa inghiotte e rilascia. Il mio bacino sembra in preda alle convulsioni e i colpi aumentano, e si fanno più veloci e il clitoride brucia sfiorato e stretto in una morsa ruvida che mi costringe all’immobilità. Immobile, godo dei miei movimenti rubati e inconsapevoli, sento il sangue che cola tra le gambe e mi manca l’aria per un attimo che dura ore. E un urlo che sa di sete e di dolore mi esce dalla gola e si fa strada attraverso il bavaglio. Che inizio a succhiare. Perché mi ricorda il suo sapore. Perché è uno dei suoi sapori meravigliosi. Mani da uomo mi tolgono il bavaglio. La mia lingua esce fuori tra le labbra cercando di prolungare il più possibile il contatto con la stoffa. Vengo slegata, completamente. Ma è ancora buio. È troppo che sono bendata ormai. Le tenebre mi appartengono. Voglio promettergli di non aprire più gli occhi se questo può in qualche modo renderlo felice. la sua bocca accanto alla mia. Il suo alito mi avvolge, voglio baciarlo. “Hai sete?” – chiede. La mia bocca non emette suono ma lentamente la mia testa annuisce. Mi prende tra le braccia. Di nuovo. Mi mette in ginocchio a terra. Davanti a lui. In basso. Finalmente al mio posto. Lo sento vicino, a sfiorarmi le labbra. Sono una bambola di cristallo. E ho sete
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Per un ideale di bellezza

Apro la pesante porta di legno. Senti girare la chiave nella serratura. Il chiavistello produce un rumore assordante per te che sei stata nel silenzio più assoluto per due giorni.
Senti i miei passi che si avvicinano. Non puoi vedermi perché la benda nera che ti avvolge gli occhi è legata troppo stretta. Una leggera pressione sulle tempie che si è tramutata in dolore estenuante dopo il primo giorno.
L’odore del sudore di cui il tuo corpo è madido mi entra dentro, regalandomi una leggera ed intensa scossa di piacere che mi si propaga fino al cervello. Ho voglia di farti del male e tu lo sai.
Ti sto davanti. Lo avverti dall’angoscia sottile che inizia a crescerti dentro e ti stringe il cuore in una morsa di paura.
Avvicino le mie labbra al tuo collo. Docilmente me lo porgi. Ti bacio a labbra aperte la pelle. Senti la mia bocca che ti sfiora la pelle bagnata, poi ti mordo. Forte come farebbe un vampiro. Inizi a dimenarti, ma così facendo aggiungi dolore a dolore.
Le corde che ti stringono i polsi e che sono fissate al soffitto iniziano a torcersi e la punta dei piedi, con la quale cerchi di reggerti in equilibrio, scivola procurandoti una fitta lancinante che dalle braccia si propaga alle reni. Quindi decidi di stare immobile. Sai che voglio che ti umili e finito il mio bacio di sangue con un filo di voce mi ringrazi.
Mi piace il modo in cui il tuo corpo mi viene offerto dalla posizione in cui sei costretta. Sembri una ballerina che danza sulle punte. La prima volta che ti legai così eri davanti a uno specchio. Fosti d’accordo con me nell’affermare che il tuo corpo era meraviglioso teso in quel modo. Ma dopo la prima ora il dolore ai piedi era cresciuto, e ai crampi alle gambe si erano aggiunti quelli alle braccia, al collo, il sangue che ti scorreva lungo polsi…
Mugolavi all’inizio, poi cominciasti a piangere…alla fine il suono stesso dei tuoi lamenti era diventato estraneo, impossibile da sostenere persino per te. Ed il silenzio ti aveva avvolta con la sua coltre protettiva.
Iniziasti un lungo dormiveglia mentre il sudore caldo rivestiva completamente il tuo corpo.
Prendo i morsetti con i pesi che ho lasciato sul tavolino vicino alla tua gamba destra. Ti applico il primo alla punta del seno sinistro, tenendo però il piccolo peso sospeso tra le mani, poi ti stringo anche l‘altro capezzolo col secondo. Anche questa volta tengo il piccolo peso sollevato. Tu stringi i denti per il dolore, decisa a trattenere tra le labbra anche il più leggero dei lamenti. Sorrido, anche se non puoi vedermi. Mi piace umiliarti e rendere vani i tuoi sforzi.
Lascio all’unisono tutti e due i pesetti. Sono appesi a due piccoli elastici che iniziano a farli oscillare e quasi rimbalzare. I capezzoli ti si allungano a dismisura per poi tornare normali quando l’elastico risale nel suo violento moto oscillatorio. Un urlo ti esce dalle labbra. Inizi a piangere come la bambina che vorresti essere. Vorresti che ti abbracciassi, che allontanassi il tuo dolore. Che ti nascondessi dalla vergogna, dal dolore, dal piacere che colpevolmente provi in questi momenti.
Ti accarezzo le costole esposte dal lungo digiuno cui volontariamente ti sei sottoposta e che adesso è un rimpianto. Apro un flacone che riconosci dal rumore. Ne verso il contenuto in un cucchiaio capiente. Te lo avvicino alla bocca che assetata spalanchi in modo osceno. Bevi tutto il contenuto e ti passi la lingua sulle labbra. Sai che non berrai nient’altro almeno fino a stanotte. Quando forse ti sarà concesso anche di poter andare in bagno. Sempre davanti ai miei occhi che sai ti scruteranno violentando la tua intimità. La prima volta che ti avvicinai il cucchiaio pieno di sperma alla bocca quasi mi picchiasti. Ma poi è sopraggiunta la sete. E con essa la consapevolezza della tua dipendenza da me. In tutto. Ti ho sempre legato le braccia dietro la schiena o sulla testa come adesso. All’inizio il disagio era enorme poi hai compreso il tuo ruolo. Hai iniziato ad abbandonarti alle mie cure. A sentirti la bambina ancora in fasce che hai sempre desiderato tornare ad essere. Che di nascosto, quando tu stessa non te ne rendi conto, sogni ancora di essere.
Mi inginocchio davanti a te, il tuo sesso è aperto. Slaccio la piccola cintura che tiene bloccato il vibratore tra le tue labbra più rosse. È intriso dei tuoi umori nascosti. Vergognosamente grondante di un piacere che vorresti nascondermi. L’estrazione del fallo di gomma lo vivi come una liberazione. Finalmente senti di tornare a possedere il tuo corpo. Ma poi l’idea che esso non ti appartenga più ritorna. Non appartieni più a te stessa. Hai deciso di donarti. Questa è la tua vita. Questa è la vita che hai scelto.
Ti avvicino il finto fallo alle labbra. Tu inizi a leccarlo come sai che voglio. Lentamente, con piccoli e rapidi tocchi della lingua. Come se fosse il mio pene a cui stai donando piacere. Come se dalla perfezione dei movimenti della tua bocca dipendesse il tuo stesso piacere. La tua stessa vita. Ti guardo, mi affascina come sempre osservare il tuo amore manifestarsi. Ti amo e questo mi spaventa. È per questo che ti lascio spesso da sola…è per questo che devo farti male. Perché la tua bellezza ne fa a me. Perché ciò che mi fai provare risveglia il dolore che cerco di soffocare nelle mie viscere. Il fallo ti viene allontanato dalla bocca e per pochi istanti la tua lingua si muove nel vuoto. Senti il rumore di qualcosa che viene lanciato contro il muro. Avverti la rabbia di chi ti sta davanti. Non vorresti ma inizi a singhiozzare di nuovo e a tremare. Inizi ad emettere versi irritanti dalla bocca. Sai che devi stare in silenzio mentre mi dedico alla tua educazione. Afferro la bacchetta di bambù sul tavolino. E vado dietro di te. Guardo soddisfatto i segni sui glutei e sui reni delle lunghe sedute di sculacciate e frustate che ti ho regalato. Stringo la bacchetta fino a farmi diventare le nocche bianche e poi inizio a percuoterla nell’aria. Avverti il rumore e lo spostamento d’aria provocato dalla sottile e lunga bacchetta. Inizi a chiederti in cosa hai sbagliato. Forse come hai offerto il collo o perché eri troppo bagnata…domande che ti muoiono dentro quando ricevi la prima pesante scudisciata sulle natiche.
Un urlo che non sembra neppure prodotto dalla tua voce esce prepotente da dentro di te. I muscoli si flettono, la tua schiena si inarca e perdi l’appoggio.
Il peso è sostenuto solo dai tuoi polsi che iniziano di nuovo a sanguinare. Aspetti, con un’ansia che si tramuta in agonia per la lunga attesa, il secondo colpo. Senti armeggiare sul tavolino mentre faticosamente cerchi di riacquistare una posizione eufemisticamente più comoda. Poi avverti la sensazione della canapa rozza che ti stringe le caviglie. Te le stringo strette tra loro per non farti più muovere e con una cordicella te le fisso alle ginocchia. Così non potrai più poggiare i piedi a terra e sentirai il dolore che provo nel farti questo. Il secondo colpo è più duro. Sui reni questa volta. La pelle già segnata si apre in un sorriso di sangue infetto. Il terzo colpo è di nuovo sui glutei. Ti colpisco venti volte. Lentamente. Ad ogni colpo lascio la bacchetta poggiata sulla pelle bollente. Mi diverte il tentativo inconscio del tuo corpo di ritrarsi dal suo contatto. Ad ogni colpo le corde che ti sostengono ti fanno girare su te stessa. I pesetti appesi ai tuoi seni continuano ad oscillare. Le urla sono sempre più forti. Non ti rendi conto che così mi fai più male? Mi avvolgo uno straccio attorno a due dita e te lo infilo di forza nel sesso. Lo infilo e lo estraggo più volte, violentemente. Appena è sufficientemente bagnato te lo infilo in gola. In profondità. Inizi ad agitarti, la gola e la bocca sconquassati da spasmi e conati di vomito. Prendo una fascia lunga e te la lego sulla bocca per farti trattenere lo straccio bene in profondità. Superata la prima sensazione di soffocamento riesci ad abituare la gola al corpo estraneo. Ti chiedi ancora cosa hai fatto per meritare questa punizione. Poi senti la bacchetta più fina, quella che temi maggiormente sfiorarti il viso. Un istante dopo la senti colpirti i seni con forza. Non riesci a respirare per il dolore, vorresti urlare ma non puoi perché lo straccio ti toglie aria preziosa. I seni stillano lacrime di sangue, i tuoi occhi di sale. Una sensazione di torpore ti ovatta i sensi. Quasi speri di svenire…ma chi ti ama se ne rende conto e sospende il trattamento. Per qualche istante sei cosciente di tutto il dolore che provi e ti sembra di impazzire. Senti qualcosa che viene trascinato nella stanza. Sembra una sedia. Ne hai la sicurezza quando viene posta sotto le tue ginocchia. Adesso puoi poggiare il peso del tuo corpo ed abbandonare le braccia. Una fitta di dolore te le percorre ma non puoi non sussurrare un grazie impercettibile tra le labbra. Di nuovo la bacchetta che fende l’aria. Una sensazione quasi di piacere si propaga dalla pianta dei piedi e ti regala un brivido freddo che ti attraversa il corpo nella sua interezza. Poi ti accorgi che le piante dei piedi sono un nuovo bersaglio per la mia rabbia. Ricevi quaranta colpi violenti. Veloci e rapidi per toglierti il respiro. Per vederti abbandonare la testa esausta sulla spalla sinistra. Ma abbiamo solo iniziato amore mio e lo sai. Ti sfilo d’improvviso la sedia da sotto le ginocchia. Senti le mani che quasi ti vengono strappate via dalla spessa corda. Ti slego le caviglie e ti lascio libera di cercare di nuovo un equilibrio che adesso ti fa più male conservare. Hai paura. Paura che possa fermarmi.
Afferro gli altri morsetti, quelli dentellati d’acciaio. Te li applico ad ognuna delle due grandi labbra della vagina. Poi li fisso tra loro con un filo che ti faccio passare dietro la schiena. Adesso hai il sesso completamente esposto. Totalmente aperto. Mi inginocchio tra le tue gambe e ti fisso le caviglie a due ganci sul pavimento, in modo da tenerti le cosce divaricate. Infilo la lingua tra le labbra del tuo frutto proibito. Ed anche se non lo ritieni possibile senti una sensazione di piacevole calore che ti sale lungo le cosce fino a farti vibrare qualcosa dentro. Ti stuzzico con i denti il clitoride. Diviene subito turgido. Accarezzo il tuo piccolo bottoncino di carne come se fosse un piccolo pene. Voglio farti scoppiare di godimento. Inizi ad ansimare. I tuoi sospiri soffocati dallo straccio sono simili ad un raglio. Provi vergogna per quel rumore assurdo che proviene dalla tua gola. Vergogna e un imbarazzo crescente. Per la prima volta ti senti una puttana. Per la prima volta sei felice di esserlo. Afferro la frusta piccola. Quella che termina con sette piccole lingue di pelle. Ti colpisco una prima volta su un fianco. Poi ti strappo via la benda e ti estraggo il panno da dentro la bocca. L’aria entra prepotente nei tuoi polmoni. Ti sembra di essere riemersa dopo un tempo interminabile dal fondo di una piscina. Voglio sentire le tue urla. Voglio che mi implori perdono per ciò che non hai fatto. Voglio che mi regali la tua anima. Ti colpisco con violenza il sesso aperto. Una due tre volte…le lacrime ti solcano il viso, le urla quasi non mi permettono di sentire il suono della frusta che torna a colpirti un’infinità di volte. Urli Francesca, mi urli di smetterla, di poter respirare, implori la mia pietà, il mio perdono per l’umiliazione che ogni volta che ti guardo provo nel saperti libera. Mi urli di amarmi, di voler morire per me, di voler essere colpita e frustata ancora fino ad una morte consolatrice. E svieni. Come la sgualdrina che sei, ti abbandoni, stanca, esanime per il trattamento che ti ho concesso. Allora decido di slegarti. Ti sostengo quando cerchi di cadere per farmi provare una perversione che non sento di possedere. Ma so che è un trucco. So che non soffri veramente. Ti porto nella mia stanza da letto. Ti sdraio delicatamente sul materasso. E ti bacio. Entro con la lingua nella tua bocca che sa di sangue, e piacere e dolore.
Lo stesso che mi doni quando riapri gli occhi e mi fissi con quello sguardo implorante. Le mie labbra si poggiano di nuovo sulle tue e ti chiedo come ti senti…
-Adesso bene Ilaria- sussurri ed inizi a piangere tra le mie braccia.
postato da: mimoperparlare alle ore 09:59 | link | commenti
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